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Critiche

Francesco SCARABICCHI Il Messaggero 20 Agosto 2001; 25 Novembre 2002

PostDateIconLunedì 10 Marzo 2008 18:05 | PDF | Stampa | E-mail

Scarabicchi Francesco 84 02 28 copia

Francesco Scarabicchi

LA "MACINA" DEL TEMPO. GASTONE PIETRUCCI ANIMA DEL CANTO POPOLARE.                                                                   La storia del gruppo folk che dal '68 interpreta la tradizione musicale marchigiana più autentica.

"[...] Gastone Pietrucci & La Macina si intitola lo spettacolo, coordinato dal prezioso Giorgio Cellinese, ricchissimo ed inedito [...] nel quale si ripercorre un sentiero di oltre tre decenni di cerca paziente e meticolosa nella miniera di tesori e memorie dei canti del popolo che sarebbero andati sicuramente alla polvere, se Gastone non li avesse ricevuti dai "portatori" e letteralmente "salvati" dal buio profondo facendosi di essi voce e scena, sguardo del senso e del suono con i suoi musicisti ...

... (Marco Gigli, Roberto Picchio, Adriano Taborro) toccati dal dono della misura e dell'armonia consonante, altre pronunzie oltre la sua che sempre di più si fa intensa, struggente e graffiata dagli anni e lascia salire, da quelle distanze dell'umano, il calco d'amore muto e di pena, di sensualità e di dolore, di malinconia e pietà che sono il privilegio di questi eventi, fessure da cui guardare il mondo che siamo stati e siamo, isole nella storia feroce del dominio, là dove la tradizione di una civiltà contadina, artigianale, marinara dell' "umile Italia", da Dante a Pasolini, segna di sé le epoche perchè non si dimentichi: da "io vorrei che sulla luna" a "Il mare è ttorbido l'acqua è turchina", da "La guerriera" a "Cecilia", da "Bela sei nada femmena" alla gemma screziata e ignota registrata da beniamino Gigli nel '54, "S'io fossi una formica" (frammento di "Monaca a forza") fino a quel dono senza aggettivi di "Benediciamo a Cristoforo Colomboa" in cui l'intensità del pianto è pari alla rabbia di generazioni umiliate dall'emigrazione e dallo sfruttamento ("Quando in America noi siano arrivati/ abbiam trovato nè paja nè fieno/ abbiam dormito sul duro terreno/ come le bestie ci hanno trattà").
Le anime del canto di Gastone Pietrucci conservano e consegnano la carità rivolta ai destini perduti, alla responsabilità della memoria e al sangue del presente."

Francesco Scarabicchi, Il Messaggero, Anno 123. N. 228, 20 Agosto 2001

 

"[...] nuovo, misurato e bellissimo, anche graficamente, CD [...]  "Aedo malinconico ed ardente, fuoco ed acque di canto": il titolo condensa l'integrale riattraversamento, da parte del carattere della voce di Gastone Pietrucci, di un repertorio composto in oltre trentacinque anni di ricerca condotta nel profondo dell'antica cultura orale delle Marche [... ]                                  [...] La discografia de La Macina è ormai molto vasta e cifra stagioni del tempo (dal 1968 ad oggi) attraversate dalle diverse figure di esecutori che si sono succedute fino all'attuale assetto di musicisti esperti come Marco Gigli, Michele Lelli, Roberto Picchio, Adriano Taborro i quali hanno ridisegnato l'abito sonoro ed armonico dei testi cui Gastone Pietrucci imprime, con la sua interpretazione, una pronuncia contemporanea che ne svela tutta la radice classica e modernissima proprio là dove, in apparenza, sembrerebbero reperti di un universo sepolto e invece si offrono densi di motivi legati all'esistere di tutti perche di tutti sono, nonostante l'insensatezza dell'epoca che si ostina a negarli, l'amore, il dolore, la pena, la gelosia, la rabbia, l'ira, la vendetta, il godimento, la sofferenza, la paura, l'onore, la dignità, il tradimento, lo struggimento, il pianto e il riso. Il volume contiene la preziosa interpretazione di particolari identità della canzone: Rossana Casale, Giovanna Marini, Marino e Sandro Severini (Gang), Riccardo Tesi. Anche attraverso i loro apporti si compie il viaggio - a toni cupi, ad ombre, a chiaro e luce, nel taglio radente che si fa aspro, sensuale e lirico- dentro i quartieri della vita così com' è stata, com'è e come sarà, per quel tanto di immutabile che dimora nel grembo dell'umano.                             I caldi, rauchi fondali di tonalità intense e di marcati caratteri del canto di Gastone Pietrucci ci accostano ai fili invisibili delle esistenze che appaiono e scompaiono, tra l'esercito di Napoleone, le fanciulle da marito, la disperara rabbia dei sempiterni esodi, la guerra che conferma la sua orrenda attualità, la pietà ferita, la memoria".

Francesco Scarabicchi,  Gli aedi marchigiani cantano la bella fata, Il Messaggero, Anno 123. N. 228, 20 Agosto 2001

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ENZO CUCCHI PER LA MACINA, Jesi 4 Febbraio 2006

PostDateIconLunedì 10 Marzo 2008 15:24 | PDF | Stampa | E-mail

CUCCHI-PIETRUCCI 

Enzo Cucchi con Gastone Pietrucci

 

[...]  una compattezza di potenza   di maraviglia   di fortuna   di gioia   ma è strano quest'erba che tu mentre giocavi lungo le strade prendevi   però che è lì   come un bene comune   io ritengo La Macina come un bene comune insomma   immagino per lo spirito   per il sentimento   tante cose e rassomigliano tanto a quest'erba   se parti dal gioco della ruzzola   tu parti da una formula matematica   per le La Macina rappresenta questo collante   è un bene comune   La Macina insomma è quell'erba compatta [...]

Enzo Cucchi, dalla trascrizione del colloquio con Gastone Pietrucci, mentre il Maestro componeva la copertina del secondo volume della trilogia, Aedo malinconico ed ardente, fuoco ed acque di canto, Jesi, 4 Febbraio, 2006.

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Allì CARACCIOLO, dalla prefazione al CD, "Aedo malinconico ed ardente, fuoco ed acque di canto", (Vol. I), 20002

PostDateIconDomenica 09 Marzo 2008 18:28 | PDF | Stampa | E-mail

moni, allì,gastone

Allì Caracciolo con Moni Ovadia e Gastone Pieterucci

 

"LA SCRITTURA DEL CANTO"                                                    aedo malinconico ed ardente, fuoco ed acque di canto

Si può definire aedo un cantante, oggi? L’aedo, antico cantore girovago dall’orecchio attento e sensibile, capace di raccogliere ogni voce che riferiva la memoria, della quale, trasferendola al suo canto, egli diffonde le passioni la forza tristezza ed esultanza. Canto la cui ineguagliabile alchimia trasformava la memoria in storia.                                                                  Pure, per Gastone Pietrucci la definizione è appropriata, sia in riferimento al suo più che trentennale lavoro di recupero di testi e canti di tradizione orale, sia perché dopo averli raccolti selezionati, schedati, fissati su nastro magnetico, su compact disc etc., egli stesso li interpreta facendosene veicolo di trasmissione. Ma soprattutto appare appropriata per l’animo con cui egli si fa interprete, per il rapporto di somiglianza che il suo canto instaura tra la modernità ed il mito. Dimostrando che, pur in tempi di comunicazione telematica ed informazione tecnologica sofisticatissima, il fondamento dell'uomo è ancora l'uomo, la sua storia, la sua dolorosissima e radiosa vicenda di esistere.

Ciò appare comprovato non solo dalla qualità del suo lavoro e del canto, ma anche dalla sua stessa vocalità, strumento raro per internarsi nelle pieghe profonde di una cultura che, all’apparenza semplice, risulta articolatamente ricca e complessa.                                                                                   Il colore della voce apre subito sui paesaggi di una malinconia stanca e vitale, così come di una vitalità esplosiva e malinconica: due anime congiunte che non si contraddicono annullando l’una la ragione d’essere dell’altra, ma si intrecciano intersecando itinerari e vie in una geografia piana e labirintica, traversata da tempestose assolazioni, da bui refrains di isole incastonati negli ardenti mezzogiorni, da ondeggiate distese d’orizzonti.              Il risuonatore gutturale, che distingue e qualifica la sua vocalità, eccede le funzioni mediatiche del canto e si fa segno, torpido e sensuale, perdita di confine tra il pianto e l’eros. Indistinzione. Sì che l’uno a tratti si con-fonde nell’altro, in una tessitura che è dissolvenza continua di sensazioni e livelli emozionali, di implicazioni di senso.                                                                   La parola talvolta viene interrotta al mezzo dalla ripresa di fiato, fenomeno frequente nel fraseggio popolare, che pone i fiati non secondo la strategia prestabilita che la perizia tecnica imporrebbe, ma nel punto in cui l'empito si esaurisce o si renda necessaria una più consistente inspirazione. Ma la spezzatura operata da Pietrucci va al di là del filologico conformarsi ad un modo di cantare. Essa è frantumazione dell’intero. È interruzione di senso. A vantaggio di ‘altra’ produzione di senso. Quella interruzione istituisce una frattura all’interno delle possibilità di comunicazione logica, traccia una crepa nella lucidità razionale del rapporto parola significato, dichiarando fratta quell’unità per una comunicazione che può avvenire solo attraverso spezzoni (forse frammenti), e che fa, di questi, portatori di un senso insolito, emozionale, diverso dalle parole. Le quali, decadute dalla geometria originaria, si coniugano e contaminano con altri elementi alla ricerca di una diversa motivazione semantica che le attesti come esistenti, riscattandone la legittimità comunicativa. Anche gli accenti partecipano di questa flessione di senso verso l’avventura di una lingua delle suggestioni. Frequentemente, nel canto, l’accento cade sulla sillaba non tonica, perché è il segno del numerus, di un ritmo più quantitativo che qualitativo, che privilegia, ancora, l’andamento della scansione all’interno della misura, rivelandosi l’esteriore manifestarsi di un ritmo interno che, come in un invasamento, in una sublime manìa, anima la voce e la piega al suo flusso.                                                        I frequenti glissando avvallano la parola in voragini di malinconia e di eros, abissi di senso in cui la vertigine del testo sprofonda nell’ignoto. Allo stesso le desinenze finali si spengono in una fonazione interrotta, anzi interiore che non materializza più il suono se non in una emblematica, quasi larvale, fonazione gestuale afonica. Simulacro di suono.                                         La pronuncia e scansione sillabica piegano ad una sorta di deformazione della parola che ne ricava, al contrario, una complessa dilatazione espressiva.                                      L’intero fraseggio è una partitura della decostruzione. Ne risulta un canto che è decostruzione esso stesso, all’atto in cui costruisce una sintassi nuova, a disciplinare una diversa semantica.                                                                                    È qui che il nuovo lessico diventa comprensibile e chiaro come una lingua depositata nella cognizione da sempre, posseduta in ogni sua sfumatura, accezione, variazione di senso.                    È in tale dimensione che il canto diventa scrittura.                    Una scrittura insolita che coniuga l’anima popolare alle pulsioni ancestrali sulla soglia dell'esistenza, recuperandole, in un raro impasto di creatività e filologia, proprio all’interno di quell’anima. Questa ne emerge deprivata del divertissement di sapore folkloristico -colorito tono minore che spesso si attribuisce a culture ritenute, erroneamente, ancillari-, per esaltarsi nella sua forza primitiva e primordiale, quasi barbarica, o flessa nelle esuberanti regioni di amore e passioni, di riso e morte, attuata nei ritmi palpitanti quasi orfici, nelle ossesse accumulazioni dionisiache delle strofe iterative, dove il riso assume anch’esso la sfrenata forza di una danza bacchica, di un forsennato fescennino.                                                                                   E la stanca malinconia della voce, roca di pianto di rabbia di sensualità di riso, assembla i fratti fonemi in una unità che sovrasta qualunque significato del testo per attingere ad un senso superiore, quello del canto puro, della vocalità non più veicolo di senso, di parole e armonie, ma senso parola armonia essa stessa: e si intuisce che quella vocalità, quella modalità di canto, è essa stessa il significato. L'uso di essa, pertanto, costituisce il livello semantico ulteriore rispetto a quelli del testo esaltati dalla partitura musicale.                                     Attraverso la sua scrittura, la vocalità crea una sorta di sistemazione delle cose, del loro spazio e reciproca suggestione dialogica. costruendo una vera e propria drammaturgia della voce.                                                                                         Due esempi: Sotto la Croce Maria è un momento di ‘stile alto’ attraverso cui si qualifica la tragedia. Qui l’epos e la forza drammatica raggiungono toni elevatissimi in una interpretazione, sia vocale che musicale, che nel cogliere il fondo oscuro del dolore, ne restituisce lo strazio sedimentato nel corso della storia, in un crescendo di tragicità teatrale quasi greca. La ballata del brigante Pietro Masi detto Bellente è divenuta, rispetto al canto epico popolare del cantastorie originario, la cupa vicenda che si snoda come sotto l’artiglio di un fato ineluttabile, tra epos e tragedia.                                                                       I musicisti de La Macina (meglio sarebbe dire Musici) attestano fedeli questa complicità lungimirante che orienta il loro valore verso una ricerca compatta con quella vocale, indagando, nella parabola musicale, se il punto in cui una nota, congiungendosi all'altra, crea la melodia non possa essere anche il punto di lacerazione in cui la stessa nota si dilata in urlo, si allenta in pianto, si rompe nella sospensione del dramma.                Gastone Pietrucci: un canto che pur rivelandosi carico di uomini e di eventi, si leva solitario alle pacatezze lunari dei notturni, fino a risuonare eco nel vuoto cosmico. Ascoltarlo è percorrere i deserti della voce con l’erompente cognizione dell’incontro.

Allì Caracciolo, in Macerata, il 27 di Settembre del 2002

(dalla prefazione al CD: Gastone Pietrucci-La Macina, "Aedo malinconico ed ardente, fuoco ed acque di canto" (Volume I), 2002

 

*** DISCO SEGNALATO DA WORLD MUSIC CON IL BOLLINO TOP CD WORLD MUSIC 2002

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Felice LIPERI , la Repubblica , Sabato 29 Maggio, 2004; 21 Settembre, 2004

PostDateIconVenerdì 07 Marzo 2008 23:47 | PDF | Stampa | E-mail

LIBRERIA FELTRINELLI-ROMA
I GANG E LA MACINA
"NEL TEMPO E OLTRE"

La testimonianza e la memoria popolare nell'incontro musicale fra La Macina e i Gang, una collaborazione che dura da quattro anni attraverso concerti in giro per l'Italia e oggi riemerge attraverso la realizzazione di un album comune. Prendendo spunto da un verso di Alfonso Gatto è nato infatti "Nel tempo ed oltre, cantando", un emozionante "viaggio musicale" di due formazioni marchigiane, quella de La Macina, gruppo veterano di ricerca nella musica popolare guidato da Gastone Pietrucci, e la gloriosa rock-band dei Gang dei fratelli Marino e Sandro Severini.
Domenica i due gruppi presenteranno dal vivo il loro album presso la Feltrinelli della Galleria Alberto Sordi in piazza Colonna.
Un incrocio fra repertori vedrà in scena sei brani de La Macina, liberamente scelti dai fratelli Severini, e sei dei Gang liberamente selezionati da Gastone Pietrucci e compagni; tutti riarrangiati e reinterpretati secondo la comune sensibilità artistica di questo apparentemente insolito connubio. Sensibilità comuni che nascono da identiche radici culturali, quelle dell'impegno civile e sociale.

Felice Liperi, la Repubblica, 29 Maggio 2004

“Un emozionante viaggio musicale originato da un verso di Alfonso Gatto e dalla passione per la musica e la tradizione popolare. Così è nato Nel tempo ed oltre, cantando , il disco di Gang e La Macina due formazioni che da punti di vista diversi sono approdati a un terreno musicale dove mettere insieme memoria tradizionale e rock. La Macina è, infatti, un gruppo veterano della ricerca nella musica popolare sotto la guida di Gastone Pietrucci, mentre ben nota invece è la gloriosa storia dei Gang nell’ambito del rock italiano grazie all’appassionato attivismo dei fratelli Marino e Sandro Severini […]”

(Felice Liperi, la Repubblica, 21 Settembre 2004)

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Mario DE MICHELI, dalla prefazione a "Marinaio che vai per acqua…", 1988

PostDateIconVenerdì 07 Marzo 2008 00:53 | PDF | Stampa | E-mail

C’ è stato un momento, intorno agli anni Sessanta, in cui l’interesse per il canto popolare era diventato un diffuso motivo di studio e una spinta generosa a praticarlo, a farlo conoscere e amare. Uscivano dischi, si pubblicavano libri, sorgevano corali, si organizzavano spettacoli, si scoprivano nuovi talenti e la televisione ne ospitava volentieri le manifestazioni. Ora non pare che sia più così. Quel fervore attivo e creativo sembra ormai lontano. Che sia stato dunque soltanto una moda?     

Non credo proprio, anche se ragioni effimere non mancarono di confluirvi, magari di moda politica o sociologica. Ma che non lo sia stato ce lo dicono la persistenza e la resistenza delle iniziative che intorno al canto popolare, anche in una situazione più difficile come l’odierna, continuano ad essere prese e seguite. Forse non c’è più l’euforia delle prime scoperte, la risonanza di un tempo o anche la fortuna di certi spettacoli, ma c’è tuttavia, a mio avviso, una maggiore ostinazione di conoscenza, una più documentata esplorazione dei valori e soprattutto una più sicura interpretazione dei testi e dei modi musicali.                             Un esempio di ciò è senz’altro quello fornito dal Gruppo di canto popolare “La Macina”, che ormai da oltre un decennio sta conducendo un lavoro di rilievo nell’area unbro-marchigiana, con particolare attenzione nell’Anconetano. Si tratta di un gruppo che si muove sulla scia di una prima, approfondita indagine svolta qualche anno fa da Gastone Pietrucci intorno al “materiale” folk rinvenuto sul campo o recuperato in pagine rare o dimenticate, un’indagine che tuttavia è proseguita e prosegue con ulteriori acquisizioni.                                                    Pietrucci stesso fa parte del Gruppo, insieme con Amoreno Martellini, Emma Montanari, Claudio Ospici, Giuseppe Ospici, Piergiorgio Parasecoli e Massimo Raffaeli: sette voci di timbro schietto, di sonorità forte ed evidente. E’ questo che dà particolare qualità espressiva al loro canto, che non è mai estetizzante o infedele, bensì sempre aderente ai temi, ai ritmi nitidi delle composizioni, alla loro struttura musicale. Nel loro canto c’è sempre infatti un piglio diretto, di viva partecipazione, che nasce dalla coscienza della tradizione studiata e amata e ritrovata nell’eco di una storia ancora viva nelle campagne, nella memoria orale dei superstiti, dei figli dei figli, cioè nelle tracce profonde di una realtà che, seppur mutata, le conserva nelle sue pieghe segrete, nei suoi risvolti più reconditi.                            Ma ciò che più conta è il fatto che la ricerca del Gruppo e il loro canto non si riducono ad una pura operazione di archeologia culturale e neppure a un semplice presupposto nostalgico di un passato in qualche modo più innocente e migliore. Il loro sforzo va senz’altro oltre, poiché nasce dalla convinzione che i valori della civiltà contadina, così brutalmente avversati e distrutti dall’avvento industriale, sono valori preziosi, non solo da recuperare sul piano amorevole dello studio, bensì tali da riportare e far agire anche nella società presente come il segno di una irrinunciabile eredità umana che non può andare sciupata o dispersa.                                                                                   E’ appunto questa convinzione che dà all’azione del Gruppo “La Macina” ciò che ha di speciale e che ne fa una raro esempio non flolcloristico o populista. La stessa elementarità dell’uso strumentale riconferma la verità di una simile impostazione.                                                                        Questo “Marinaio che vai per acqua…” è il loro quarto disco e s’incentra su una serie di canti di cui in molte altre regioni altri ne esistono, d’analoghi temi e variazioni sia musicali che letterarie. Ma questo è tipico del canto popolare, che si espande, è ripreso, ripetuto e reinventato in luoghi diversi, con aggiunte, sostituzioni e interpolazioni particolari. E’ la vita animata e molteplice dell’epos popolare che si rinnova in se stesso, attingendo sempre, tuttavia, alla medesima sostanza antropologica. Come, appunto, accade qui in questi canti che i sette de “La Macina” sanno eseguire con così tanta fresca e appassionata efficacia.

Mario De Micheli, dalla prefazione al disco, La Macina, Marinaio che vai per acqua..., 1988

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