- LA MACINA IN CONCERTO A MORRO D'ALBA SABATO 19 MAGGIO 2012- ORE 21,30-PIAZZA BERSAGLIERI
- PRIME ANTICIPAZIONI SUL 27° MONSANO FOLK FESTIVAL 2012"
- TRENTESIMA FESTA DEL "CANTAMAGGIO" DI MORRO D'ALBA-18-19-20 E 31 MAGGIO 2012
- SAMUELE GAROFOLI, Dopo l'esperimento folk-jazz, Luglio 2011
- GIAMPIERO DI BENEDETTO, San Giuliano Milanese, Dicembre 2011
GASTONE PIETRUCCI-LA MACINA IN ANCONA ALLA "MOLE VANVITELLIANA"- SABATO 18 GIUGNO 2011-ORE 21,30
GASTONE PIETRUCCI-LA MACINA DOPO IL TRIONFO DI PUBBLICO E DI CRITICA, ALLA PRIMA NAZIONALE DI JESI, AL TEATRO "VALERIA MORICONI" , IN OCCASIONE DELLE CELEBRAZIONI DEL' 25 APRILE PRESENTERA' , REPLICHERA' IN ANCONA, ALLA MOLE VANVITELLIANA, SABATO 18 GIUGNO, ORE 21,30 IL CONCERTO-SPETTACOLO: "1861-2011: UN PAESE MANCATO?"' (I CENTOCINQUANTA ANNI DELL'UNITA' D'ITALIA NELLE CANZONI POPOLARI E NELLE SPERANZE DEGLI ITALIANI)- CON LA PARTECIPAZIONE STRAORDINARIA DI MILENA GREGORI, "VOCE RECITANTE" SU TESTI DI MASSIMO RAFFAELI , INAUGURANDO LA GRANDE MANIFESTAZIONE ESTIVA ANCONETANA "AMO LA MOLE 2011". (INGRESSO LIBERO).
IN CASO DI MALTEMPO IL CONCERTO SI EFFETTUERA' AL TEATRO SPERIMENTALE DI ANCONA
Terzo intervento: “Ma forse, è stato già detto, il fascismo rappresenta l’autobiografia italiana…” (Milena, voce narrante) *
1. Questo è uno spettacolo di canzoni dedicate alla storia italiana. Il programma associa antichi brani della tradizione popolare a testi che parlano al presente e del presente. Il titolo dello spettacolo, Un paese mancato, viene direttamente dal libro di uno storico, Guido Crainz, sull’Italia del dopoguerra. E’ un titolo allarmato, allarmante. Nessun altro titolo, tuttavia, direbbe meglio la situazione del nostro paese. Un paese spento, narcotizzato, impaurito, senza quasi più politica che non sia quella del dispotismo economico-finanziario e del dominio televisivo. Un paese che sta cancellando, oltretutto, la propria storia: milioni di emigrati in Europa e nelle Americhe, poi, dopo la dittatura fascista e la Resistenza, il più grande movimento operaio organizzato dell’Occidente; oggi, la perdita del legame sociale, la caduta di un qualunque progetto collettivo: c’è il vivere alla giornata e come in assenza di orizzonte, mentre misure securitarie, xenofobe e apertamente razziste sono entrate nel senso comune. Per chi non ce la fa c’è l’elemosina, un obolo misericordioso il quale serve a confermare che il mondo, vale a dire la società così com’è, è eterno e immodificabile e che dunque è stolto o temerario chi pensa di cambiarlo. Un poeta, assassinato più di trent’anni fa, aveva colto sul nascere i meccanismi della società dei consumi e parlava di omologazione, di universo orrendo, addirittura di genocidio delle culture e dei modi di vita popolari; aveva visto il mondo, tutte quante le cose e le persone,trasformate in merci, in semplici variabili del Mercato; così diceva Pier Paolo Pasolini negli Scritti corsari: “Non siamo più di fronte […] a ‘tempi nuovi’ ma a una nuova epoca della storia umana: di quella storia umana le cui scadenze sono millenaristiche. Era impossibile che gli italiani reagissero peggio di così a tale trauma storico. Essi sono divenuti in pochi anni […] un popolo degenerato, ridicolo, mostruoso, criminale. […] Ho visto dunque ‘coi miei sensi’ il comportamento coatto del potere dei consumi ricreare e deformare la coscienza del popolo italiano, fino a una irreversibile degradazione”. A sua volta, un compagno di via di Pasolini, cioè Paolo Volponi, nel romanzo Le mosche del capitale, descrivendo la nostra società postindustriale e postmoderna, così avrebbe ne avrebbe definita la classe dirigente: “Anche i razziatori di schiavi, d’oro e di pietre preziose nei più selvaggi e sperduti villaggi indios del Mato Grosso, anche i cacciatori meticci di animali e di insetti rari, di donne o di bambini, e anche i capisquadra più ignoranti dei campi di lavoro, dei fazenderi tedeschi o olandesi, sono migliori, più intelligenti e capaci di questi neri sopravvissuti, fantasmi dell’industria fascista, dispensiera di imposizioni, di ordini come di cattivi prodotti, complice di tutti i poteri più arretrati, negatrice di qualsiasi autentica cultura italiana, demolitrice di centri storici e di monumenti, sventratrice di vecchie civiltà e di meravigliosi equilibrati territori”.
2. Nel mondo in cui si indeboliscono i legami sociali, dove vige la legge della competizione totale e quella darwiniana per la nuda sopravvivenza, la guerra torna ad essere qualcosa di normale. La Costituzione della Repubblica (che un ampio schieramento di forze ritiene “riformabile”, cioè da buttare) vieta espressamente la guerra all’art. 11; negli ultimi dodici anni l’Italia ha partecipato a tre guerre di aggressione, due tuttora in corso. L’ipocrisia nazionale, perché questo è pur sempre un paese cattolico, si è limitata a cambiare loro il nome: “guerre umanitarie”, “operazioni di polizia internazionale” o, per le persone più colte, di peace keeping. Non erano pacifisti ma diventarono presto antimilitaristi, sulla propria pelle, i contadini del sud mandati a crepare dai Savoia per Trento e Trieste; e allo stesso modo quelli che il Duce, nel suo rovinoso bluff imperiale, spedì in Africa, in Spagna, in Albania, in Grecia, in Montenegro, in Russia, e non tornarono, o tornarono a pezzi. L’Italia non è morta l’8 settembre 1943, come vorrebbero gli storici che si proclamano revisionisti: al contrario, quel giorno essa provò a nascere. La Resistenza, vero atto fondativo di un paese allora giovane e senza tradizioni democratiche, fu una guerra di liberazione e insieme una guerra civile: chi la combattè voleva fosse l’ultima, per un mondo che bandisse per sempre la guerra come atto di inciviltà e, alla lettera, di disumanità: per questo motivo nella nostra Costituzione è scolpito l’articolo 11. Chi scrisse materialmente la Costituzione, il giurista Piero Calamandrei, dettò nei primi anni cinquanta una lapide e volle dedicarla a Kesselring, uno fra i più celebri e impuniti aguzzini nazisti; la lapide è murata nella piazza di Cuneo, non l’hanno ancora tolta:
3. Ma forse, è stato già detto, il fascismo rappresenta l’autobiografia italiana, o, peggio, l’antropologia italiana. Infatti si grida, e da più parti: basta, voltiamo pagina, diventiamo un paese normale; si dice: i morti sono tutti uguali, i partigiani come i ragazzi di Salò; e si dice ancora: abbiamo finalmente bisogno di una memoria “condivisa”. “Condividere”, che parola meravigliosa: quando la pronunciano, compunti e assennati, sembra distribuiscano l’eucarestia. Ma la memoria di una vittima come può “condividere” la memoria del suo carnefice? E perché dovrebbe? Semmai, è vero il contrario: “Senza i morti – i nostri e i loro – nulla avrebbe senso”, scrisse Beppe Fenoglio, badogliano e monarchico che si definiva partigiano a vita. E con chi dovrebbero spartire la propria memoria, per esempio, Giuseppe Pinelli, i ragazzi di Reggio Emilia, nel ’60, e quelli massacrati a Bolzaneto, Genova, il 21 luglio del 2001? C’è una poesia di Giorgio Bassani, l’autore del Giardino dei Finzi-Contini, dove lo scrittore, un tempo perseguitato per motivi razziali e politici, torna a Ferrara e incontra gli ex amici e compagni di scuola, tutti quelli che lo avevano scansato e rinnegato; ora gli dicono “ma dai, è acqua passata, siamo uguali, ormai siamo identici, anzi è grazie a noi che tu sei diventato quello che sei diventato”. La poesia si intitola Gli ex fascistoni di Ferrara:
4. Dunque a chi guardiamo, a chi ci rivolgiamo? Alle persone, semplicemente: la loro vita è in ogni senso peggiorata, mentre quello che si chiama il Pensiero Unico dice loro ogni giorno: vivi, sopravvivi, arrangiati e vedi di farcela perché non c’è nessun altrove da qui, anzi ringrazia il cielo perché tu, dopo tutto, vivi nel migliore dei mondi possibili. Produrre/riprodurre/consumare/accumulare/sprecare, tutto ciò ha il nome ormai del destino. Anche per questo, e paradossalmente nel mondo della comunicazione globalizzata, le persone sono “mute”, deprivate della loro testimonianza individuale. Al tema di chi è “muto”, senza storia e prospettiva che non sia quella del lavoro subalterno, ha dedicato tutta la sua opera un nostro grande poeta, Franco Scataglini; c’è una sua poesia dove parla del vecchio padre, un ex ferroviere abbandonato a se stesso; si chiede perché quell’uomo vecchio e senza più compagni si ostini a coltivare ogni giorno il piccolo orto di casa, come fosse il suo Eden; solo dopo la morte del padre, il poeta comprende che in quel minuscolo giardino c’è il senso di una grande eredità, il segno della riconciliazione, oltre il ciclo dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, al di là del mattatoio della storia:
5. Non è facile proteggere le nostre poche e inermi verità. Ci illudiamo che la memoria serva solo a conservare, dimentichiamo che essa è anche, e nello stesso tempo, un meccanismo di selezione e di distruzione. E quanto a questo, scriveva una ventina di anni fa Primo Levi: “Si affaccia all’età adulta una generazione scettica, disposta ad accettare solo le verità piccole, di mese in mese, sull’onda convulsa delle mode pilotate e selvagge”. Ecco, se esiste un dovere civico del ricordare è quello da cui nasce questo spettacolo. Alla maniera di un congedo, l’ultima poesia è di Franco Fortini; aderisce alla traccia di Un paese mancato, e infatti Fortini l’ha voluta intitolare Italia 1977-1993:
Ultimo aggiornamento (Venerdì 24 Giugno 2011 14:08)


