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Home Eventi GASTONE PIETRUCCI-LA MACINA IN ANCONA ALLA "MOLE VANVITELLIANA"- SABATO 18 GIUGNO 2011-ORE 21,30

GASTONE PIETRUCCI-LA MACINA IN ANCONA ALLA "MOLE VANVITELLIANA"- SABATO 18 GIUGNO 2011-ORE 21,30

PostDateIconGiovedì 24 Febbraio 2011 01:08 | PostAuthorIconScritto da Gastone Pietrucci | PDF | Stampa | E-mail

GASTONE PIETRUCCI-LA MACINA DOPO IL TRIONFO DI PUBBLICO E DI CRITICA, ALLA PRIMA NAZIONALE DI JESI, AL TEATRO "VALERIA MORICONI" , IN OCCASIONE DELLE CELEBRAZIONI DEL' 25 APRILE PRESENTERA' , REPLICHERA' IN ANCONA, ALLA MOLE VANVITELLIANA, SABATO 18 GIUGNO, ORE 21,30 IL CONCERTO-SPETTACOLO: "1861-2011: UN PAESE MANCATO?"' (I CENTOCINQUANTA ANNI DELL'UNITA' D'ITALIA NELLE CANZONI POPOLARI E NELLE SPERANZE DEGLI ITALIANI)- CON LA PARTECIPAZIONE STRAORDINARIA DI MILENA GREGORI, "VOCE RECITANTE" SU TESTI DI MASSIMO RAFFAELI , INAUGURANDO LA GRANDE MANIFESTAZIONE ESTIVA  ANCONETANA "AMO LA MOLE 2011". (INGRESSO LIBERO).

IN CASO DI MALTEMPO IL CONCERTO SI EFFETTUERA' AL TEATRO SPERIMENTALE DI ANCONA

Il concerto-spettacolo, ha un titolo emblematico: “1861-2011: Un Paese mancato?”(titolo suggerito da un’opera di Guido Crains, “Il paese mancato”) : un percorso attraverso i secoli, dal 1700 ad oggi, attraverso le storie dolorose di guerre, di emigrazioni, di lotte sociali, di lavoro, di resistenza, di speranza.
 Un concerto che scava nella nostra storia collettiva, un concerto sulla memoria, “libero”, decisamente controcorrente in questa strana, frastornata, falsa, plastificata e telecomandata Italia, dove anche e soprattutto ricordare, è considerato un pericoloso atto “sovversivo”.
 Un percorso musicale, per far pensare, per far comprendere come questa celebrazione di intensa rilevanza storica, sociale e culturale (che a dire il vero qualcuno nel nostro Bel Paese, vorrebbe se non cancellare, almeno ridimensionare od addirittura ignorare) possa essere anche vista ed interpretata con la voce di coloro ai quali le classi dirigenti, in ogni tempo, cercarono e cercano soprattutto di far subire gli eventi.
 Attraverso la “voce  scura e torturata”  (per dirla con le splendide parole di Massimo Raffaeli) del  leader, Gastone Pietrucci, si darà voce e memoria all’ altra Italia, a tutta quella gran parte del popolo, a cui è stata tolta sistematicamente e volutamente, la voce, la storia e la memoria..
 A fare da “controcanto” all’accorato canto di Gastone Pietrucci, l’intensa “voce recitante” di Milena Gregori,  che leggerà testi appositamente scritti per lo Spettacolo da Massimo Raffaeli, uno dei più importanti e qualificati critici letterari della nostra regione e di tutto il panorama nazionale. 
 
Il Concerto inaugurerà la grande manifestazione estiva di Ancona: "Amo la Mole 2011" (Ancona 18 giugno-28 agosto).
  (Ingresso Libero)
 
 
LA MACINA
Gastone Pietrucci, voce
Adriano Taborro, chitarra, mandolino, violino, voce
Marco Gigli, chitarra, voce
Riccardo Andrenacci, percussioni
Roberto Picchio, fisarmonica
Giorgio Cellinese, coordinatore
 
con la partecipazione straordinaria di
Milena Gregori, voce recitante 
 
Testi: Massimo Raffaeli
 
Coordinamento: Giorgio Cellinese
Ideazione e Regia: Gastone Pietrucci
                                                                                                
 *     *     *
                                                                                       
 
                                                                                           
PROGRAMMA DI SALA
 
 
 
 
"Ho visto passare silenzi…"
Allì Caracciolo, Malincòre    
Primo intervento: “Questo è uno spettacolo di canzoni dedicate alla storia italiana…”  (Milena, voce narrante) *
 
 
1  .   La ballata del brigante Pietro Masi, detto “Bellente” ,  Pietro Masi (1789-1812). di Appignano (Mc) divenuto brigante    
         dopo aver disertato la leva napoleonica, ucciso in una imboscata a ventitrè anni. (Giuseppe Gasparrini) , da Gastone 
         Pietrucci-La Macina, "Aedo malinconico ed ardente, fuoco ed acque di canto", vol. I , 2002 .       
2  .    Malarazza, ennesima rilettura di Modugno, di una canzone popolare siciliana, “Mattanza”, inserita in un’antologia di
         Lionardo  Vigo, che nel   1857 compone questo lamento di un servo a un Cristo in Croce, dedicandolo ai “poveri cristi  
         della Ducea di Bronte”.  Poesia all’epoca censurata per il suo contenuto sovversivo e per certi versi al limite della 
         blasfemia.  (D. Modugno-tradizionale) , da Domenico Modugno, "Malarazza", 1976                           
3  .    Mamma mia dammi cento lire...  (tradizionale)/ Italia cara bella mostrati gentile… / Benediciamo a Cristoforo 
         Colombo..., canti di emigrazione della metà dell’Ottocento verso le Americhe (tradizionale-Macina), da Gastone
         Pietrucci. "Aedo malinconico ed ardente, fuoco ed acque di canto", vol. I , 2002 
4  .    Guvernu ‘talianu, canto di protesta calabrese contro il nuovo governo italiano del 1861 (tradizionale), da Otello
         Profazio, "L'Italia cantata dal sud", 1971. Prima esecuzione assoluta.
 
        "Secondo intervento: “Nel mondo in cui si indeboliscono i legami sociali…” (Milena, voce narrante) *
 
5   .    O Gorizia tu sei maledetta..., violentissima protesta contro la tragedia immane della guerra 1915-18 (tradizionale)
6a .    La sposa morta (Nigra 17), ballata arcaica (tradizionale-Macina), da Gastone Pietrucci-La Macina, "Aedo 
          malinconico ed ardente, fuoco ed acque di canto", vol. II, 2006. 
   b.    Parla parla boccuccia d'amore..., frammento finale della stessa ballata arcaica 6a, da "Aedo malinconico ed ardente, 
          fuoco ed acque di canto", vol. II, 2006.
7   .    Eurialo e Niso, uno dei canti più belli e lirici sulla Resistenza (M. Bubola-Marino e Sandro Severini), da Macina-Gang,
          "Nel tempo ed oltre cantando", 2004.
8   .   Se otto ore vi sembran poche..., canto di lotta e di rivendicazione per la conquista delle otto ore, nato nel 1906, quando
          il deputato Conoglio, presentò alle Camere il progetto di legge per ridurre a otto ore la giornata lavorative delle           
          mondine.  (tradizionale)                                    
9a .     Bella ciao, canto di lavoro e di protesta delle mondine, diffuso già durante il fascismo  (tradizionale).
  b .      Bella ciao, la trasformazione del canto,  nella più nota canzone sulla Resistenza  (tradizionale)

Terzo intervento: “Ma forse, è stato già detto, il fascismo rappresenta l’autobiografia italiana…” (Milena, voce narrante) *

10a.  Il feroce monarchico Bava, canto di cantastorie, sulla sanguinosa repressione dei moti popolari del 1898 attuata a
          Milano dal generale Bava Beccaris su ordine del governo Pelloux. (tradizionale)
    b.  La ballata del Pinelli, il testo venne improvvisato nel dicembre 1969 durante le esequie di Giuseppe Pinelli, ferroviere
          anarchico,sospettato dell’atto dinamitardo compiuto il 12 dicembre alla Banca  dell’Agricoltura di Milano, del quale fu 
          accusato Pietro Valpreda. Raccolto morente all’interno della questura di Milano, dopo una caduta dal quarto piano,
          mentre erano in corso gli interrogatori successivi alla strage di Piazza Fontana.Più tardi la magistratura stabilirà la
          piena estraneità di Pinelli confermando la pista fascista. La melodia è la stessa del "Feroce monarchico Bava". 
          (tradizionale)
11 .  Stavo ‘n bottega che llavoravo... (tradizionale-Macina), da Macina-Gang, "Nel tempo ed oltre cantando" , 2004.     
12 .    La filanda è ‘na galera... / E’ ffinidi i bozzi boni... ..., canti di lavoro e di protestadella filanda jesina (tradizionale-
          Macina)da Macina-Gang, "Nel tempo ed oltre cantando"., 2004.
13 .   A Maria, nata nel 1928 a Comunanza (Ap) Maria Gentiloni Cavatessi , figlia di mezzadri, grande testimone del
         cammino per la  conquista della dignità da parte del mondo contadino: dall’appoggio alla Resistenza, alla
         organizzazione del Sindacato. (M.e S. Severini) , da  Gang, "Il seme e la speranza", 2005.Prima esecuzione assoluta.
 
                  
Quarto intervento : “Dunque a chi guardiamo, a chi ci rivolgiamo? Alle persone...”  (Milena, voce narrante) *
 
14 .   Via Italia (Marino e Sandro Severini) da Gang, "Storie d'Italia", 1992. Prima esecuzione assoluta.      
15 .   Io non mi sento italiano (giorgio gaber-Sandro Luporini) da Giorgio Gaber, Io non mi sento italiano, 2003. Prima
          esecuzione assoluta.
16.    Per questo mi chiamo Giovanni, canzone inedita scritta da Paolo Capodacqua per Gastone Pietrucci,  e dedicata a
          Giovanni Falcone (Palermo-18 maggio 1939-23 maggio 1992), liberamente ispirata al romanzo di Luigi Garlando “Per
          questo mi chiamo Giovanni”.   Prima esecuzione assoluta.                 
17.    So’ stato a llavorà a Montesicuro…, canto di protesta risalente alla fine de 1700 (tradizionale-Macina) da Gastone
          Pietrucci-La Macina, "Aedo malinconico ed ardente, fuoco ed acque di canto" Vol. III, 2010.
18a.  Mentre che rastrellava..., frammento di ballata arcaica (tradizionale-Macina)  da Gastone Pietrucci-La Macina,"Aedo
         malinconico ed ardente, fuoco ed acque di canto" Vol. III, 2010.
          b  Coraggio amor mio..., canto dei coscritti napoleonici del 1799 contro la leva militare (tradizionale-Macina) da
         Gastone Pietrucci-La Macina, Aedo malinconico ed ardente, fuoco ed acque di canto" Vol. III, 2010. 
Quinto intervento : “Non è facile proteggere le nostre poche e inermi verità…”   (Milena, voce narrante) *
 
 19.     E ridammi mamma cento lire (M. Liberatori –tradizionale) . Inedita. Prima esecuzione assoluta.

 

 
“… Ricordarsi con metodo e cancellare. Prima le gocce; poi i segni delle cancellature.
                                                                                          Poi ancora cancellare; ma non più dai muri e dagli abiti: dalla memoria...”
Ugo Betti, Lotta fino all’alba, 1945
 
 
*     *     *
 
 
(*)  Riportiamo qui di seguito la trascrizione integrale dei cinque Interventi scritti appositamante da Massimo Raffaleli per lo Spettacolo de La Macina: "1861-2011. Un paese mancato?" e letti da Milena Gregori.
 
 

1.    Questo è uno spettacolo di canzoni dedicate alla storia italiana. Il programma associa antichi brani della tradizione popolare a testi che parlano al presente e del presente.                                                                                                                             Il titolo dello spettacolo, Un paese mancato, viene direttamente dal libro di uno storico, Guido Crainz, sull’Italia del dopoguerra. E’ un titolo allarmato, allarmante. Nessun altro titolo, tuttavia, direbbe meglio la situazione del nostro paese. Un paese spento, narcotizzato, impaurito, senza quasi più politica che non sia quella del dispotismo economico-finanziario e del dominio televisivo. Un paese che sta cancellando, oltretutto, la propria storia: milioni di emigrati in Europa e nelle Americhe, poi, dopo la dittatura fascista e la Resistenza, il più grande movimento operaio organizzato dell’Occidente; oggi, la perdita del legame sociale, la caduta di un qualunque progetto collettivo: c’è il vivere alla giornata e come in assenza di orizzonte, mentre misure securitarie, xenofobe e apertamente razziste sono entrate nel senso comune. Per chi non ce la fa c’è l’elemosina, un obolo misericordioso il quale serve a confermare che il mondo, vale a dire la società così com’è, è eterno e immodificabile e che dunque è stolto o temerario chi  pensa di cambiarlo. Un poeta, assassinato più di trent’anni fa, aveva colto sul nascere i meccanismi della società dei consumi e parlava di omologazione, di universo orrendo, addirittura di genocidio delle culture e dei modi di vita popolari; aveva visto il mondo, tutte quante le cose e le persone,trasformate in merci, in semplici variabili del Mercato; così diceva Pier Paolo Pasolini negli Scritti corsari:                                                                                                                                                                                                              “Non siamo più di fronte […] a ‘tempi nuovi’ ma a una nuova epoca della storia umana: di quella storia umana le cui scadenze sono millenaristiche. Era impossibile che gli italiani reagissero peggio di così a tale trauma storico. Essi sono divenuti in pochi anni […] un popolo degenerato, ridicolo, mostruoso, criminale. […] Ho visto dunque ‘coi miei sensi’ il comportamento coatto del potere dei consumi ricreare e deformare la coscienza del popolo italiano, fino a una irreversibile degradazione”.                                                                                                                                                                                                     A sua volta, un compagno di via di Pasolini, cioè Paolo Volponi, nel romanzo Le mosche del capitale, descrivendo la nostra società postindustriale e postmoderna, così avrebbe ne avrebbe definita la classe dirigente:                                                       “Anche i razziatori di schiavi, d’oro e di pietre preziose nei più selvaggi e sperduti villaggi indios del Mato Grosso, anche i cacciatori meticci di animali e di insetti rari, di donne o di bambini, e anche i capisquadra più ignoranti dei campi di lavoro, dei fazenderi tedeschi o olandesi, sono migliori, più intelligenti e capaci di questi neri sopravvissuti, fantasmi dell’industria fascista, dispensiera di imposizioni, di ordini come di cattivi prodotti, complice di tutti i poteri più arretrati, negatrice di qualsiasi autentica cultura italiana, demolitrice di centri storici e di monumenti, sventratrice di vecchie civiltà e di meravigliosi equilibrati territori”.  

 

2.  Nel mondo in cui si indeboliscono i legami sociali, dove vige la legge della competizione totale e quella darwiniana per la nuda sopravvivenza, la guerra torna ad essere qualcosa di normale. La Costituzione della Repubblica (che un ampio schieramento di forze ritiene “riformabile”, cioè da buttare) vieta espressamente la guerra all’art. 11; negli ultimi dodici anni l’Italia ha partecipato a tre guerre di aggressione, due tuttora in corso. L’ipocrisia nazionale, perché questo è pur sempre un paese cattolico, si è limitata a cambiare loro il nome: “guerre umanitarie”, “operazioni di polizia internazionale” o, per le persone più colte, di peace keeping. Non erano pacifisti ma diventarono presto antimilitaristi, sulla propria pelle, i contadini del sud mandati a crepare dai Savoia per Trento e Trieste; e allo stesso modo quelli che il Duce, nel suo rovinoso bluff imperiale, spedì in Africa, in Spagna, in Albania, in Grecia, in Montenegro, in Russia, e non tornarono, o tornarono a pezzi. L’Italia non è morta l’8 settembre 1943, come vorrebbero gli storici che si proclamano revisionisti: al contrario, quel giorno essa provò a nascere. La Resistenza, vero atto fondativo di un paese allora giovane e senza tradizioni democratiche, fu una guerra di liberazione e insieme una guerra civile: chi la combattè voleva fosse l’ultima, per un mondo che bandisse per sempre la guerra come atto di inciviltà e, alla lettera, di disumanità: per questo motivo nella nostra Costituzione è scolpito l’articolo 11. Chi scrisse materialmente la Costituzione, il giurista  Piero Calamandrei, dettò nei primi anni cinquanta una lapide e volle dedicarla a Kesselring, uno fra i più celebri e impuniti aguzzini nazisti; la lapide è murata nella piazza di Cuneo,  non l’hanno ancora tolta:                                                                                                                                                               

“Lo avrai                                                                                                                                                                                                         
Camerata Kesselring
Il monumento che pretendi da noi italiani
Ma con che pietra si costruirà
A deciderlo tocca a noi
 Non coi sassi affumicati
Dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
Non colla terra dei cimiteri
Dove i nostri compagni giovinetti
Riposano in serenità
Non colla neve inviolata delle montagne
Che per due inverni ti sfidarono
Non colla primavera di queste valli
Che ti vide fuggire
 Ma soltanto col silenzio dei torturarti
Più duro d’ogni macigno
Soltanto con la roccia di questo patto
Giurato fra uomini liberi
Che volontari si adunarono
Per dignità non per odio
Decisi a riscattare
La vergogna e il terrore del mondo
 Su queste strade se vorrai tornare
Ai nostri posti ci ritroverai
Morti e vivi collo stesso impegno
Popolo serrato intorno al monumento
Che si chiama
Ora e sempre
RESISTENZA”

 

3. Ma forse, è stato già detto, il fascismo rappresenta l’autobiografia italiana, o, peggio, l’antropologia italiana. Infatti si grida, e da più parti: basta, voltiamo pagina, diventiamo un paese normale; si dice: i morti sono tutti uguali, i partigiani come i ragazzi di Salò; e si dice ancora: abbiamo finalmente bisogno di una memoria “condivisa”. “Condividere”, che parola meravigliosa: quando la pronunciano, compunti e assennati, sembra distribuiscano l’eucarestia. Ma la memoria di una vittima come può “condividere” la memoria del suo carnefice? E perché dovrebbe? Semmai, è vero il contrario: “Senza i morti – i nostri e i loro – nulla avrebbe senso”, scrisse Beppe Fenoglio, badogliano e monarchico che si definiva partigiano a vita. E con chi dovrebbero spartire la propria memoria, per esempio, Giuseppe Pinelli, i ragazzi di Reggio Emilia, nel ’60, e quelli massacrati a Bolzaneto, Genova, il 21 luglio del 2001?  C’è una poesia di Giorgio Bassani, l’autore del Giardino dei Finzi-Contini, dove lo scrittore, un tempo perseguitato per motivi razziali e politici, torna a Ferrara e incontra gli ex amici e compagni di scuola, tutti quelli che lo avevano scansato e rinnegato; ora gli dicono “ma dai, è acqua passata, siamo uguali, ormai siamo identici, anzi è grazie a noi che tu sei diventato quello che sei diventato”.  La poesia si intitola Gli ex fascistoni di Ferrara:

 “Gli ex fascistoni di Ferrara
invecchiano
alcuni
di quelli che nel ‘39
mostravano di non più ravvisarmi
traversano mi buttano
come a Geo le braccia al collo
gaffeurs incontenibili
sospirano eh voi
propongono
dopo la dolorosa
pacca sulla spalla mancina
l’agape casalinga
che alfine consenta alla monumentale mummy cattolica
d’estrazione bolognese o rovigotta
ai brucanti in tinello strabiondi
teen-agers incontaminati
di incontrarlo una buona volta
il già compagno di scuola talmente
bravo
il bravo
romanziere
il presidente…
 Hanno l’aria di insinuare
nel mentre dài piantala
non lo vedi che sei tu quoque
mezzo morto?
E poi scusa- continuano
uguali identici ormai
all’ingegner Marcello
Rimini
al rabbino dottor Viterbo -
in che altro modo senza di
noi
avresti potuto metterle insieme
le tue balle con relativo
appoggio di grana eccetera? Dopo tutto
cazzo
potresti ben cominciare
a considerarci anche noi quasi dei mezzi…
 Corraziali? Voi quoque? Dei quasi
mezzi cugini? No piano
come cazzo si
fa?
Prima
cari
moriamo”

 

 4. Dunque a chi guardiamo, a chi ci rivolgiamo? Alle persone, semplicemente: la loro vita è in ogni senso peggiorata, mentre quello che si chiama il Pensiero Unico dice loro ogni giorno: vivi, sopravvivi, arrangiati e vedi di farcela perché non c’è nessun altrove da qui, anzi ringrazia il cielo perché tu, dopo tutto, vivi nel migliore dei mondi possibili. Produrre/riprodurre/consumare/accumulare/sprecare, tutto ciò ha il nome ormai del destino. Anche per questo, e paradossalmente nel mondo della comunicazione globalizzata, le persone sono “mute”, deprivate della loro testimonianza individuale. Al tema di chi è “muto”, senza storia e prospettiva che non sia quella del lavoro subalterno, ha dedicato tutta la sua opera un nostro grande poeta, Franco Scataglini; c’è una sua poesia dove parla del vecchio padre, un ex ferroviere abbandonato a se stesso; si chiede perché quell’uomo vecchio e senza più compagni si ostini a coltivare ogni giorno il piccolo orto di casa, come fosse il suo Eden; solo dopo la morte del padre, il poeta comprende che in quel minuscolo giardino c’è il senso di una grande eredità, il segno della riconciliazione, oltre il ciclo dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, al di là del mattatoio della storia:

 “C’è chi lascia un poema
e chi non lascia niente
perch’esse muto è ‘l tema
de vive in tanta gente.
Però te m’hai ingannato,
vechio, e pe’ non morì
muto com’eri stato,
m’hai lasciato un giardì”.

 

5.   Non è facile proteggere le nostre poche e inermi verità. Ci illudiamo che la memoria serva solo a conservare, dimentichiamo che essa è anche, e nello stesso tempo, un  meccanismo di selezione e di distruzione. E quanto a questo, scriveva una ventina di anni fa Primo Levi: “Si affaccia all’età adulta una generazione scettica, disposta ad accettare solo le verità piccole, di mese in mese, sull’onda convulsa delle mode pilotate e selvagge”. Ecco, se esiste un dovere civico del ricordare è quello da cui nasce questo spettacolo. Alla maniera di un congedo, l’ultima poesia è di Franco Fortini; aderisce alla traccia di Un paese mancato, e infatti Fortini l’ha voluta intitolare Italia 1977-1993:

 “Hanno portato le tempie
al colpo di martello
la vena all’ago
la mente al niente.
 Per le nostre vie
ancora rispondevano
a pugno su gli elmetti.
 O imparavano nelle cantine
come il polso può resistere
allo scatto
dello sparo.
 Compagni.
 Non andate così.
 Ma voi senza parlare
mi rispondete: ‘Non ricordi
quel ragazzo sfregiato
la sera dell’undici marzo 1971
che correva gridando
‘Cercate di capire
questa sera ci ammazzano
cercate di
capire!’
 La gente alle finestre
applaudiva la polizia
e urlava: ‘Ammazzateli tutti!’
 Non ti ricordi?’
 Sì, mi ricordo”.
 
 

 

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Ultimo aggiornamento (Venerdì 24 Giugno 2011 14:08)

 

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